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mons GIUSEPPE DEL DRAGO: patriota e parlamentare
nato a Rutigliano il 18.02.1841 - morto il 08.03.1906
Canonico della Regia Collegiata Chiesa sin dall’anno 1842. Fu Predicatore quaresimalista di non poco merito. Fu pure Professore di Filosofia e Matematiche nel Seminario Diocesano di Monopoli - Dottore laureato in Teologia e Giurisprudenza. Pei fatti del 1848 trovandosi il Del Drago complicato in tutti i processi politici della Provincia, ebbe a soffrire 10 anni di carcere duro - indi la deportazione e l’esilio. Missionario Apostolico in Londra dal 1859 a tutto Agosto del 1860. Deputato al primo Parlamento Nazionale Italiano. Nato in Polignano a dì 3 Settembre 1813, dall’età d’anni 17 visse in Rutigliano, sua seconda patria, dove morì ancor giovane a dì 17 Marzo 1869.
ELOGIO FUNEBRE
A
GIUSEPPE DEL DRAGO
morto in Rutigliano a 17 Marzo 1869
PAROLE
DEL SAC. CAV. PROF. PAOLO GOFFREDO MOCCIA
Dio dei forti, chi mai può muover voce quando la tua mano ha percosso a ruina? ! siede umìle prona e raumiliata la polve che tu plasmasti, e nel silenzio terribile della vita disertata piange, ti adora e trema! Amaro e solenne è il dì del dolore.
Sacerdoti confratelli e concittadini, alla premura con che alla squilla ferale vi adunaste nella casa del Signore, al dolore che avete come sculto sul viso, alla maestà di un tempio solennemente vestito di lutto, riconosco che tutti quanti siamo stati compresi da una sola sventura, ci ha percosso tutti l’istesso dolore; chè la sventura e ‘l dolore, ci mena nella casa di Dio - Ma a che veniste ? È impreteribile il fatto dell’ Eterno: quando ha chiamato a se il soffio della vita che spirò nella polve, la polve è spenta !
Se non che tutti persuasi del morire, pure gli anni ancora freschi, la salute robusta, lo spirito gagliardo tuttavia a sostenere qualunque vicenda di temporanee gioie e sciagure, ci rinfrancano l’anima e ci fan credere lontano ancora il giorno dell’ estrema dipartita; ond’è che sovente quando scocca l’ultima ora fatale, improvviso e crudele ci piomba nel cuore il disinganno. Ciò resti negli arcani della divina Provvidenza.
Non vale più il tacerlo: è spento e non è più fra noi Giuseppe Del Drago - Tanto fiore di vita, tanta virtù di operare come Sacerdote e come cittadino - Colui che fu Canonico della Chiesa di Rutigliano predicatore quarisemalista, professore di filosofìa e matematica, Teologo e Dottore in Giurisprudenza - Il Patriota condannato deportato ed esule, il Missionario Apostolico in Londra, il Deputato al Parlamento Nazionale Italiano è morto. Non resta di lui che una tomba ed il vedovo desiderio di quanti lo amarono. Grande però, o signori, è la eredità di una tomba; imperocchè dalla muta eloquenza dei sepolcri sorgono pei vivi severi i suggerimenti e magnanimi i consigli alle virtù grandi, ed insieme le minacele tremende e le trunci rampogne ai delitti – È la scuola più severa, e il tribunale che non ha bisogno di prove e contestazioni - Se conforta o conquide è sempre veritiero: vi ha qual cosa adunque di vivo nelle tombe «Egli è che l’uomo non muore tutto intero, e la morte trasformandone appena le sensibili apparenze è impotente a ferlirlo nella parte migliore, e non basta a rompere il misterioso consorzio, per lo quale in certa guisa noi viviamo ancora con gli estinti con una sentita arcana corrispondenza di amorosi sensi. È la legge suprema della verità e della creazione imperocchè tutti quanti sono quanti furono esseri dotati di ragione e di volontà, ancorchè diversi di tempo e di luoghi, tutti viviamo nella vita dello spirito, tutti ad un tempo cittadini di una patria comune il Creato, tutti soggetti allo stesso sovrano imperante che è Dio» Religione è adunque la, pietà per gli estinti; e bello é l’onorarne la memoria se con opra qualunque beneficarono ai propri fratelli, se degni siano che la loro memoria duri quanto la vita lontana – Lodare i fatti e le virtù di chi non è più tra noi, non è solo render culto che si dee al giusto all’onesto ma sovente riesce eziandio a santa e salutare opera di riparazione di ingiusti oltraggi e di dolori immeritati.
Concittadini, il mestissimo rito a che assistiamo, la santità del tempio dove siamo, e la severa maestà dell’apparato che ci è intorno non permettono né adulazioni né menzogne. Quivi siam raccolti con la ineffabile soave e suprema necessità del pianto rendessimo testimonio di pietà e di onore alla cara menoria di GIUSEPPE DEL DRAGO.
Fu convenienza che solo, in fra tutti, uno assumesse la parola per ricordare i fatti più onorati di lui; e quì non io, cui manca a tanto e l’ingegno e l’arte; e in tanta piena di dolore non saprei stimare un uomo ch’ebbe meravigliosa fortuna d’ingegno e di virtù cittadine. Venni condotto dalla pietà dei suoi, spinto dall’affetto che mi legava a quell’illustre, commosso dall’amore che gli ha mostrato un popolo tutto quanto, e in fine dirò trascinato dallo zelo del mio Ministero; affinchè dalla cattedra della verità, con la mia parola di Sacerdote, io fulminassi la malediizone di Dio e la scomunica di social riprovazione a quell’empio, che vampiro di forme novelle ha osato di insultare la memoria di un’estinto e provocare a suo danno l’ira sdegnosa di un popolo tutto quanto. Oh!.. qualunque tu sii, esser malefico o demone agitatore, poiché compisti opra strana ed esecranda e scagliasti saetta avvelenata d’immoralità contro un popolo religiosamente devoto ad una cara memoria: odimi da dovunque: studia e procura, se puoi fuggire l’ultimo tuo fatale; che in quel dì verrà per pagarti, e vedrai faccia a faccia la inesorabil vendetta di Dio!
Trascorsi, o signori, perdono, ritorno sul mio proponimento: é dell’estinto che io devo parlarvi, i vivi aspetteranno con noi i giudizi degli avvenire – Seguiterò a parlarvi di colui che pria di morire quasi presago del suo fine vicino, abbozzando brevissimi cenni di autobiografia poneva a capo le parole seguenti del Poeta di Venosa «justum et tenacem propositi virum» ORAT. Od. 3.a Lib. 3.° - Uomo di fermo ed esatto proponimento.
Così parmi nella vita e nei fatti suoi GIUSEPPE DEL DRAGO. Fu Sacerdote e cittadino di esatti e tenacissimi proponimenti – Ond’io nella mestizia comune sicuro che la pubblica coscienza ha giudicato lui degno di riverenza ed onore, e le parole mie son dopo fatti solenni; ancorchè disadatto, come dissi, al grave e doloroso ufficio, dirò di lui alquante parole su i fatti svariati di sua vita fortunosa, che valgano a far fede ai presenti ed agli avvenire, che fu giusto il testimonio di onore e di compianto che oggi rendiamo alla memoria di Lui.
E basterà che per l’affanno e pel dolore che mi preme siate generosi di compatimento al mio cuore, che non ragiona ma piange e dice; e i posteri diranno che sull’urna di DEL DRAGO Voi ed io ponemmo una corone di lagrime e di preghiera.
Chi nella vita della mente siasi talora spogliato degli affetti suoi e delle proprie inclinazioni, e libero di se di tutto e di tutti, spese tempo e fatica per istudiare e conoscere qual’essere misterioso sia l’uomo, per diversità di tempo e di luoghi il riconobbe, un mistero di virtù e di vizi un’arcano di pregi e di difetti, un complesso di realtà e di negazioni, un laberinto di virtuosa operosità e di accidia invereconda, un vortice d’odio inesauribile e di amore generoso e indefinito -Onde colpa e virtù è il retaggio distintivo degli umani; che l’essere ragionevole soltanto sta dinanzi alla suprema legge morale, e lei perennemente confessa, adusi o no la divina libertà che Dio gli concesse. Storia non v’ha che non confermi la verità dei miei detti - Ed a canzare dal mio dire la censura di plagio o di menzogna piacciavi ch’io ricordi quell’opera stupenda e meravigliosa operata dal Cristo che era Dio, allorquando colta la donna adultera, gliela trascinarono innanzi desiderosi di punirla per farla condannare - Egli la guardò, trista e confusa in mezzo ad una moltitudine furibonda, e con lo sguardo suo indagatore e onnipotente misurata tutta quanta la nequizia dell’umana superbia, si piegò alquanto e scrisse sulla polvere parole misteriose e terribili (che ognun leggendo fuggiva!). Quindi ritto sulla persona esclamò: Chi non ha colpe che scagli contro costei la prima pietra. A tal detti e fatto, muti e stupiti tutti fuggirono, e quella donna fu salva - Sì, pria che favelli per onorar la memoria di un estinto si cessi da me il sospetto crudele, che altri spregiando e rito e ministero, ardisca pure in secreto turbare la pace di una tomba. - Giù le maschere - Virtù e delitti son l’opre umane !... Favellerò di cittadino egregio, che dell’opere sue benefìcò la Patria Comune , e come tale, meno che di rettoriche laudazioni, si onora coi severi giudizi della storia: e la storia non è partigiana nè vile - Parlerò di Sacerdote che nell’opre di suo ministero, e dentro e fuori la Patria riscosse encomi, e per gratitudine l’amore di quanti il conobbero e l’udirono - Non adulerò che le adulazioni indegne fra vivi, sono oltraggiose e profane dopo il sepolcro - Guarderò nell’uomo la volontà e non le debolezze - Avrò come virtù i benefici operati a favor della Patria e dei propri fratelli, e stimerò sua gloria una vita che non costa lagrime e dolori a nessuno.
A dì 3 Settembre 1813 nacque in Polignano a mare (terra di Bari) GIUSEPPE DEL DRAGO di Nicola e Maria Baldassarri .- Giovinetto a 8 anni fu orbato di padre nel 1821 e per estrema volontà di lui e consiglio d’illustre uomo, il Marchese la Greca, la vedova madre lo collocava per educazione nel collegio militare di Giovinazzo - Soppresso poi nel 1830. I mutamenti politici avvenuti in quel mezzo l’essere il giovanetto figlio ad uomo che fu di liberi sensi, provarono a lui sconveniente la carriera dell’armi; onde la madre il richiamò - E quando pensava di allogarlo in altro convitto educativo, nel 1829 vennero come provvidenzialmente taluni reverendi Frati Cappuccini Siciliani, ad occupare i due conventi di Conversano e Rutigliano; uomini essi Per virtù e per sapere ammirandi (forse venuti a richiamo della Serafica disciplina), aprirono nei due conventi un educandato religioso civile esemplarissimo - Di che desiderosa la pia genitrice vi menò il suo figliuolo GIUSEPPE. Il quale giovinetto trilustre appena, ansioso come alunno indossò il sacco e ne imprese la vita con lodevole profitto della mente e del cuore. Al 1834 il Capitolo di Rutigliano, fosse per pubbliche laudi meritate dal giovine, fosse la speranza di avere un valente Sacerdote, o l’una cosa e l’altra insieme, invitava il DEL DRAGO a spogliarsi del sacco e vestir l’abito talare per aggregarsi come prete di questa Chisa di Rutigliano - Il nessun voto emesso in Religione, l’invito onorevole e seducente per un giovinetto, e più forse in lui, il desiderio di mutare la vita Contemplativa del Chiostro con la operosità del Sacerdote secolare, gli fe’ abbandonare il Convento, ed entrò nel seminario di Conversano a compiervi gli studi - i quali completati al 1837, e comunque non compiuti i suoi 24 anni, per Pontificia dispensa ordinato sacerdote, ci venne a Rutigliano non forastiero, ma cittadino di quella cittadinanza di affetti coi quali era stato desiderato e voluto, Sacerdote e cittadino. Al 1837 finisce per lui quella vita uniforme in quasi tutti che nascono in agiate condizioni, e si studiano di prepararsi alla vita sociale su le carriere disciplinari dell’educazione e dell’istruzione, per formarsi nella mente e nel cuore.
I precetti del magistero educativo, la faciele imitazione agli esempi onorandi, la spontanea accetazione dei consigli migliori, e la memoria dei fatti ammrabili o condannevoli che valgono come faro luminoso nel primo cammin della vita, comprendono quella parte che comincia dal nascimento e conduce alla virilità completa - Fino a tal punto rarissimi o nessuno parla od opera per individua coscienza; si bene é tutto quanto ho enumerato che ridotto nella sintetica forma di civile educazione, si rivela col fatto e colla parola dell’individuo che ne é informato. Poco men che a metà del cammino di nostra vita è ragionevole e giusto l’augusto nome di uomo. Onde secondo vera filosofia ch’è la filosofia della storia, noi comincieremo a narrare i fatti di colui che oggi onoriamo, da quando cittadino e Sacerdote lo avemmo a Rutigliano.
Dissi che la speranza di avere un valente Sacerdote, mosse il capitolo di Rutigliano ad amorosamente obbligare il DEL DRAGO, ad abbandonare il Chiostro, e vestir l’abito talare, nè mal si apposero quei generosi e venerandi sacerdoti, che animosi mettevano in lui tanta opera di beneficenza. Imperocchè mostratosi appena il DEL DRAGO diligente e solerte osservatore degli uffici del ministero sacerdotale, fu nominato viceparroco sotto la direzione di un uomo di intemerata e cara memoria il Primicerio D. Vito Carmine Redavid , Economo Curato di nostra Chiesa. Fu qui che DEL DRAGO di animo gentile e generoso, pieno nella volontà di quella forza morale che benissimo in lui era manifesta per le maestose sue fisiche forme, iniziò una vita doppiamente operosa per la Religione e per la Civiltà - Per l’una fu Sacerdote instancabile nel pietoso ufficio della Cura - amministrazione di Sacramenti, istruzioni e predicazione; saggio e prudente ascoltatore di umani fatti e trascorsi, maestoso e venerando Vicario di un giudice inesorabile e supremo - Ansíoso e teneríssimo benefattore di consigli e di conforti, alle creature morenti, cui pietosamente assistiva, e con mano religiosa per l’ultima volta chiudeva i lumi dopo l’ultima vampa. E per l’altra, non diffidato dalle fatiche del sacro ministero, apriva sua casa a numerosa schiera di età novelle per allevarle sul sentiero della verità e della virtù alla vita dell’onore, onde moltissimi padri gli affidavano a scuola i propri figliuoli. Di tant’opere ammirata la cittadinanza, dimentica della gratitudine che era in lui, e inconscia del suo potente volere, gli fu larga di conforto di laudi ed ammirazione. E fu però che dopo anni di tanto lavoro e fatiche, il Vescovo de Simone lo promosse ad un canonicato della stessa nostra Chiesa nel 1842.
Quindi il chiamava a professar filosofie e matematiche nel Seminario Metropolitano, Monsignor Luigi Gianporcari Vescovo di Monopoli. E lui, nell’anima vero Sacerdote e cittadino, correva all’onorevole e dignitoso ufficio con la coscienza di chi sa, che tanta disciplina qual’é lo studio della filosofìa, vuole essere ammaestrata da chi ha l’anima schiettamente ed eroicamente informata e compresa dal Vero. Altrimenti si riesce a meschino spigolistro di opposizione e contraddizioni al vero, nel campo della speculazione, e nella pratica vita, a tutte quante le abominazioni cui l’abbruttimento dello spirito conduce.Chi insegna filosofia, o signori e come operante una creazione novella - sta in lui preparare un’era di civiltà di Religione e di amore, o veramente sradicar dalle menti ogni seme di vero, ridurre barbara gererazione, e far della vita un odio, una guerra, un dolore perenne. Ma DEL DRAGO che ben presto avea mostrato se stesso, padroneggiato dall’idea del doppio Sacerdozio, che era in lui, di civiltà e di religione, accetta l’ufficio, il compie decorosamente per sei anni continui fino al 1848, e ne ottiene testimonianza di verace ammaestramento nei suoi allievi, progresso ed avvanzamento negli studi di quel Seminario, e stima non bugiarda e laude da quanto v’ha classi d’intendenti in quella città episcopale.
Qui sosta la mente mia, e quasi dimentica andando di suo stesso viaggio, si ferma e contempla nei tempi che furono taluni momenti maravigliosamente straordinari - Sono essi, o signori, che nella vita della umanità per gioie o sciagure universali e stragrandi, restano nelle menti come fantasima o sublime o tremenda - Taluni pare abbiano avuto un sole straordinario di brio e lucentezza, come mai abbia a darsi ancora luce somigliante; taluni altri poi assomigliano allo spanto sinistro di un baleno, che ci agghiada il cuore, in una notte vortícosa di turbini e tempeste.
Nell’anno di grazia 1848 suonò l’ora delle libertà cittadine - un Re Sacerdote col vessillo tricolore nella sinistra mano, benediceva con la destra popoli e sovrani, che si facessero ossequenti e immitatori dei precetti del Nazareno, «Fraternità ed uguaglianza».
Lui baciando come simbolo santo i colori delle civili Virtù, predicava novello Cristo la libertà per tutti, bando al servaggio, l’era di pace e l’amore di fratelli ! Da l’un capo all’altro di tutta Europa commossa, salì fino al Cielo un plauso gaudente, ed i popoli tutti, affratellati dalla parola d’amore, furon tutti figli di Dio increduli nessuno, tutti credenti una fede sola, alla religione della Croce.
É impossibile l’inganno quando il vicario di Dio favella, e l’ascolta e l’obbedisce un mondo di credenti. Non vale l’illudersi di vantaggio o signori, la Patria ha pure santa la sua religione, come quella di Dio - Lo dissero a quel tempo popoli e sovrani che si riamicarono con patti novelli, e si giurarono immmancabile fede su la maestà del Vangelo.
Dov’era allora GIUSEPPE DEL DRAGO ? le opere sue quali furono ? - egli è là dove patria carità il chiamava, ad istruire da per tutto, e predicare la dignità della umana creatura rinfrancata dalle costituzioni novelle, a rilevar la faccia di uomini dimentichi pure una volta, che siam tutti figli di Dio, e si eran fatti proni come vile giumento e non osavano guarclare in faccia ai propri fratelli: oh! l’immagine di Dio, non si macchia o deturpa impunemente. Fu cittadino e fu Sacerdote fin che durò la festa della verità e dell’amore, che rapida passa inusitata e strana sulla terra, GIUSEPPE DEL DRAGO manifestò allora, con tutta la pienezza del suo sentimento, quali affetti nutrisse in core per la patria sua - Ricco di vita e di mente, di fatti e di parole, noto a moltissimi fu chiamato a far parte della rappresentanza Provinciale di Bari, nei primi giorni di Luglio di quell’anno memorando - E se umiltà in lui non fosse stata pari alla carità, il Parlamento napoletano lo avrebbe accolto e salutato Deputato del paese - Egli generoso invece pregò gli amici suoi acciocchè per lui, avessero dato i loro voti, al famoso ed illustre Aurelio Saliceti [1] – Ma chi non sa, che un giorno di santa letizia su la terra si paga anni lunghissimi di dolore e di martirio? Ai vergini palpiti di libertà nascente, successe la frenetica gelosia del potere, e l’ingorda brama di assoluto dispotismo, che rannuvolò la mente ed i cuori dei dominanti, e strazio cittadino e sangue fraterno deturparono le belle vie di Napoli leggiadra in un giorno nefasto (15 Maggio), e le libertà giurate furono spente !
Che disse Pio allora ?… È grave pondo il favellarne, e a me non tocca – Compia la Provvidenza li suoi arcani disegni su quel capo venerando ! – a noi spetta adorarla e sperare.
Comparve su la scena dei secoli l’anno 1849 sinistro a quanti si erano confessata amatissimi e difensori della patria – È legge suprema, nell’arte di assoluto governare, a difesa di chi regna ed impera, raumiliar quegli esseri che, sposato il Sacerdozio della verità e della fede, possano predicare contro i troni ribellioni e ruine – Ma indegno altresì è del Sacerdote, l’umiliarsi contro la verità; si accetta invece il martirio, si è prodi, e si aggiunge pagina onorata alla storia delle nazioni - Così GIUSEPPE DEL DRAGO, compreso nelle processure politiche della nostra e delle tre provincie convicine, con maniere proprie degli agozini della tirannide fu arrestatto nel 1849; e dopo una prigionia preventiva di 26 mesi, nel 1852 la cran corte criminale e speciale, lo condannava a 24 anni di ferri duri. Sua colpa maggiore, l’aver fatto parte della Dieta di Bari - Quindi con una epigrafe, che in uno è dileggio amarissimo e sarcasmo crudele = GALEOTTO CANONICO TEOLOGO D. GIUSEPPE DEL DRAGO (suo foglio di via) fu mandato ad espiare la pena negli orridi sotterranei del Castello di Niside sul mare - Quivi non amici o parenti lontani tanto, ma ceffi e manigoldi sociale rifiuto, e malfattori di ogni ragione di delitti egli trova per compagni - Orrido il carcere per aria omicida, umida e soffocante, la luce avaramenente misurata da poverissimi e tetri abbaini, le negre mura lorde di brutture e di sangue, e sotto i piedi uno sconnesso impalcato, che sinistramente splende, pei diversi interstizi di una lugubre luce, che si sprigiona dalla quieta onda marina sottostante. GIUSEPPE DEL DRAGO non vinto dall’ignominia della condanna, misura la grandezza di suo sacrifizio, per accettare il lungo e fatale martirio in quel luogo di desolazione e dolori, e sempre lui, con la pazienza ed umiltà del Sacerdote Cristiano, e con fede fervorosa del cittadino che crede e spera, vi si abbandona e prega - Quanti dolori egli abbia patito quante lagrime abbia versate per sei lunghissimi anni di quel morire miserando, non fu chi il vide o chi il dicesse - Nè da sé mai il ricordò. Tanto è tremenda la oppressura dei Potenti !
Ma Iddio, o signori, non abbandona gli oppressi, ed elegge i deboli per abbattere e confondere i potenti - Ogni religione ha suo proprio Apostolato, anche quella della Patria. Nel 1858 cominciarono in Italia i tuoni di guerra contro l’assolutismo dei dominanti, i quali impauriti all’appressar della tempesta, come il vile che uccide per non aver paura, cominciarono a mettere in atto esili e doportazioni. I Re di Napoli sotto finto titolo di grazia, fatti venir fuori di quelle orride mude, tanti illustri patrioti tra i quali il nostro DEL DRAGO, e caricatili delle umilianti catene, li fa salire sul Dugald Steward, catitanato da Samuele Prenditz da Baltimora, cui affidò il vero concetto della grazia, e lo fe’ salpare, per alla volta del mezzogiorno - Si navigò e si andò avanti, sommessi ed ignari di novelle sventure e destini, fino all’Oceano Atlantico - Dove pervenuti, seppero che erano deportati nell’America - Il viaggio ancora lunghissimo che rimaneva a fare, le nessune relazioni e conoscenze sovra una terra nuova, e per essi d’esilio perenne, e più ancora il vedersi sottomessi ad una pena non sanzionata dalla legge di quei tempi, la deportazione, col coraggio di chi guarda l’ultima sventura, fecero violenza su l’animo del Capitano, e rivolsero il cammino per una terra libera ed ospitale l’Inghilterra - Salva e conduce Iddio, lo andare di chi va per la via dell’esilio e del dolore – Finalmente approdarono a Cork in Irlanda, e di là si condussero a Londra, città che genrosa li ospitò e mantenne - Qui l’esule DEL DRAGO, a conforto dell’amara solitudine dell’esilio, dove il viso e la favella d’ogni persona gli tornava straniera, ripensò al suo Sacerdotale ministero, universale nel mondo, e fidente nella carità della religione dei dolori, ei fu in mezzo a popoli e Governo protestanti, esempio di Sacerdote Cristiano - Lo zelo, l’amore, la solerzia e l’efficacia del suo ministero furon tanti, che ne ebbe a testimonio il titolo di Missionario Apostolico, dal Cardinale Winseman Arcivescovo di Londra.
Al 1860 mutati i destini di tutti i popoli Italiani, e sollevati a dignità di Nazione, GIUSEPPE DEL DRAGO ritornò nella sua terra di elezione, in Rutigliano - Concittadini, è fatto solenne che il riceveste con una festa di affetti indicibili - Lo rivedeste novello Giona risurto da un mare di sciagure - Giovani correste a guardare in lui le virtù, che avea per vostro esempio praticate, vecchi, a ricordargli i primi uffici di solerte Sacerdote e cittadino, coetanei, a ritrovare in lui l’amico fedelissimo e schietto, e tutti lagrimaste di pietà al racconto delle sue sventure - Ma che credereste che dopo tanto travaglio già finisse la vita operosa di lui? Mai no, o Signori, è suo proponimento che fin che gli duri la vita, sia Sacerdote e cittadino operoso - Eletto nel collegio di Acquaviva delle Fonti a Deputato nel Parlamento Nazionale, egli accetta, e con li sensi di chi ama la Patria per la Religione dei suoi principi e non si umilia a tirannide nessuna, va a sedere dalla sinistra parte dell’Aula Parlamentare, dove si alloga la onestà cittadina, fiera del coraggio di censurare ed impedire, quando che fossero, governativi soprusi - Gli atti del Nazional Parlamento tengono tuttavia le parole di verità e di che lui disse in quell’assemblea imponente - Ei parve e si pensò, lieto e esaudente nell’apoteosi completa di sua speranza per tant’anni di dolori nudrita - Cittadino e Sacerdote con autorità di popolo sedente nei consigli di chi impera e comanda, s’augurava non più tiranniche leggi sui popoli, ma sì di fratellanza di carità di amore.
Ma chi sa mai a qual pruova ci dispone Iddio? Folle colui che s’intromette dall’avvenire che è negli arcani della Provvidenza - Perdè l’Italia il suo fedel nocchiero; e fu sciagura; e le sorti di lei e dei suoi figli più cari, si ebbero avversa e contraria la fortuna.
Morto Cavour, fu spettacolo stupendo - Italia Europa, il mondo ne pianse amarissimo, e pur da Roma officiale si udì un singulto ed apparve il lutto - E fu gran virtude in Lei - Fra tutti furon sorde ed occulte le paure ed i timori - E tra nostri governanti, le anzie del tener fermo, le cure del vagliarsi a vicenda, e sollecitudini del noverarsi, quanti si tenessero dalla parte del potere, produsse manifesta scissura in Parlamento. Onde la parte Ministeriale a diminuire la forza della opposta parte, cavillando, annullò 18 elezioni di sinistra, e tra queste quella del nostro caro estinto - Non vi apparisce novo, o signori, il DEL DRAGO contradetto e senza fortuna, anzi é qui che egli merita le nostre laudi ed i nostri onori; imperocchè lui saggio e prudente raccoglie ammaestramenti novelli da novelle sciagure e Sacerdote Cristiano per umiltà, e cittadino che ha conosciuto il suo tempo per prudenza, tace come fanno gli onesti - all’ingiusto oltraggio, e rimettendo al giudizio di Dio e della storia l’offesa renduta ai diritti suoi, Ei torna pacato e tranquillo a Rutigliano.
Affaticato e stanco di una vita tanto sventuratamente fortunosa, egli pensa di tornare all’operoso ministero della religione di Cristo, madre di ogni civiltà e libertà ond’era Sacerdote - Fu a sua casa l’ospitale cittadino, l’ameno erudito e dotto ammaestratore della gioventù, che amorosa lo frequentava, il prudente benefattore degli infelici, e largo soccorritore dei miserabili - Nel paese amico e gioviale con tutti, censore fierissimo di ogni ingiusta e men che civile azione, nè da sé mai, nè per inganno partigiano di nessuno; dinanzi a tutti ed a chiunque schietto amico della verità, disse franche e generose le sue parole, nulla curando per lui, un falso affetto o una virtù bugiarda. Ma ciò non basta: inspira Iddio nel cuore dei saggi l’ordine di provvidenza – Nell’anno scorso 1868 egli più che mai Cristianamente pensando su l’umana vita labile e fugace, e più forse sentendo sue forze vitali infiacchite e rose dal tarlo della sventura, quasi presago di sua morte vicina, pon mano ad un fatto, che rivela la verità di sua coscienza e l’operosità di una vita, consumata dal ministero di un duplice Sacerdozio - Egli aspirò ed ottenne che le istruzioni quaresimali fossero a lui affidate - E qui, o cittadini, non io, ma voi che il frequentaste e l’udiste, dovreste accompagnarmi a dire - Io soltanto dirò che non vidi mai tanta ressa di popolo per udire la parola di Dio - Il tempio fu angustissimo agli uditori, i quali stretti stipati trafelanti dal caldo, ed affannati da un’aria che per immenso anelito s’era fatto soffocante, pur lieti e fortunati, passavano lunghissime ore, godenti solo di poterlo udire - Le prediche di lui furon lunghe frequenti ed abbondanti; paragonò l’anima sua poderosa con la possanza comunque atletica del suo corpo - Ei volle in se stesso e per se provare la lotta terribile del progresso e della civiltà, col regresso e la barbarie quelli paragonando alla virtù della mente queste alle forze vitali delle sue membra e le uccise - Non era dubbia la riuscita, ed egli con la volontà del sacrifizio pigliava animoso il martirio, consumando sua vita nel lavoro di uno straordinario Apostolato - Ed il verbo di Dio fatto pane di vita per ministero di sua parola, fruttò abbondante nell’anima di un popolo tutto quanto ? Ardente fuoco di carità, o signori, giammai si spense, senza alzare sue vampe diritte a Cielo - Ei seminò col dolor della fatica, e raccolse nella letizia dell’abbondanza, l’amor di adorazione per Dio, l’amor della fratellanza per tutti, l’amor dell’esempio e del sacrifìzio per religion della Croce.
O generoso, vincesti adunque, e la palma dei trionfi tuoi t’aspettava in fine del mortal viaggio; nè ti valse di un popolo l’affetto e la preghiera per indugiarti l’ora dell’ultima dipartita – Che passar pochi mesi ed al pallor del viso, alla debolezza estrema di tue forze, erculee una volta, alla soave melanconia del tuo portamento, tu sentisti vicina l’ultima ora fatale – E fermo e severo, uguale a te stesso, cosciente e rassegnato, come i forti all’ultimo dolore, ti adagiasti sul letto dell’estrema agonia - D’Ippocrate e di Galeno l’arte salutare a nulla ti valse, e dopo pochi giorni, brevissimi all’affetto degli amici e dei tuoi, ma che pur bastarono a mostrarti amico fierissimo della verità e Sacerdote Cristiano, chiudesti i lumi, e ne volasti al Cielo!... E strinsemi l’affetto a veder tua salma andar per l’estrema dimora - Scontrai per via l’immenso funeral corteggio, ed alla maestà del silenzio in cui procedea, alla voce dei Sacerdoti mormoranti la davidica elegia, piansi e recitai sommesso l’ultima preghiera... E vidi, spettacolo nuovo, su la fronte di un popolo che tristissimo e dolente seguia, scritto, non so se a trofeo di morte o a testimonio d’affetti, queste parole « È morto il cittadin Sacerdote !…
O Te beato ! che negli anni tuoi ancora brevi, compisti sacrifici di lunghissima vita; e per virtù, lasciando un’eredità di affetti purissimi alla tua memoria, corresti all’amplesso di Dio.- Deh! per l’affetto che imperituro ti serberà questo popolo devoto, cittadino come sei della celeste Sionne, e tanto a Dio vicino, prega per questa patria terra che pure fu tua; e come tu l’amasti tanto con le virtù di Sacerdote e Cittadino, cosi benigno le conceda Iddio l’amor della concordia e virtù cittadine.
E pria ch’io ti dessi, o Caro, l’ultimo estremo addio, ascolta benigno un voto cocente del core: Negl’immensi regni di eternità beata, incontrerai due anime sorelle innamorate, che mi disertar la vita, per desio di correre al bacio del divino Amore; con quelle prega, acciò la lena del sacrifizio non mi abbandoni; e dille, che nell’amaro di mia vita, le tombe mi son fatte amore; e che sulla tua posai questa disadorna pur corona di fiori…
Su la porta della Chiesa
OGGI
VII APRILE MDCCCLXIX
È SACRO
A PARENTALI SOLENNI
CHE L’AFFETTO DE’ SUOI
VERO ED IMMACOLATO
RENDE ALLA MEMORIA
DI GIUSEPPE DEL DRAGO
PER ADUNARGLI SU LA TOMBA
MANIFESTO
IL COMPIANTO DI UN POPOLO INTERO
Sul Catafalco
CONCITTADINI
ALLA MEMORIA
DI GIUSEPPE DEL DRAGO
CITTADINO SACERDOTE PATRIOTA
PER AFFETTI PER ZELO PER FEDE
DOTTO BENEFICO FORTE
ESEMPIO
NELLA PRIGIONE E NELL’ESILIO
IN PATRIA E FUORI
PER APOSTOLICO MINISTERO
AMMIRATO
UN AFFETTO UN VOTO UNA PREGHIERA
P. G. M.
[1] Aurelio Saliceti (Bellante 1804 - 1862) - Professore di giurisprudenza all'Università di Napoli, seguace di Mazzini, fu triumviro della Repubblica Romana nel 1848, costretto all'esilio fino al 1860.